Affaticamento visivo da schermi: gli occhi stanchi sono davvero colpa del computer?
Otto ore davanti al computer e gli occhi stanchi a fine giornata. È davvero normale?
Con il rientro a scuola e al lavoro tornano le lunghe giornate davanti a computer, tablet e smartphone e, insieme a queste, disturbi come bruciore, secchezza oculare, difficoltà di messa a fuoco e mal di testa.
La spiegazione più immediata è spesso: “Passo troppe ore davanti allo schermo”.
Può essere vero, ma c’è un aspetto che considero più interessante: non tutte le persone reagiscono allo stesso modo alle stesse ore di lavoro da vicino. C’è chi arriva a sera senza particolari disturbi e chi, dopo poche ore, sente gli occhi affaticati o vede meno nitidamente.
Ed è proprio qui che, dal mio punto di vista professionale, vale la pena andare oltre il semplice consiglio di “fare una pausa”.
Nel mio lavoro incontro spesso persone convinte che avere gli occhi stanchi a fine giornata sia inevitabile. “Lavoro al computer, è normale”, mi dicono. Io preferisco partire da un’altra domanda: come sta lavorando il sistema visivo durante tutte quelle ore?
Una correzione non più adeguata, una difficoltà nel sostenere a lungo il lavoro da vicino, una superficie oculare poco stabile, l’utilizzo delle lenti a contatto, ma anche distanza, illuminazione e postura possono contribuire al disagio.
Per questo, quando si parla di affaticamento visivo da schermi, o digital eye strain, credo sia riduttivo fermarsi al numero di ore trascorse davanti al computer.
La regola del 20-20-20 è utile, ma non basta da sola
È probabilmente il consiglio più conosciuto: ogni 20 minuti di attività da vicino, fare una pausa di almeno 20 secondi e guardare qualcosa distante circa 6 metri.
È una buona abitudine e la consiglio anch’io. Ma c’è un rischio: pensare che una regola possa sostituire l’attenzione a come utilizziamo la vista durante il resto della giornata.
Le pause aiutano, ma contano anche la distanza dallo schermo, l’illuminazione dell’ambiente, la presenza di riflessi, la postura e soprattutto la qualità della visione durante il lavoro.
C’è poi un gesto semplicissimo che davanti agli schermi tendiamo a fare meno: ammiccare. Quando siamo concentrati, l’ammiccamento può diventare meno frequente o incompleto, con conseguenze sulla distribuzione del film lacrimale e sulla sensazione di comfort. Ecco perché, dopo diverse ore, possono comparire bruciore, secchezza o quella tipica sensazione di occhi “pesanti”.
E per chi porta le lenti a contatto?
Qui l’attenzione deve essere ancora maggiore.
Una frase che sento spesso è: “Al mattino le lenti vanno benissimo, ma davanti al computer nel pomeriggio non le sopporto più”.
In questi casi limitarsi a cercare qualcosa che “idrati l’occhio” può non essere sufficiente. Bisogna chiedersi perché il comfort diminuisca durante la giornata.
Aria condizionata, ambienti poco umidificati e uso prolungato degli schermi possono contribuire alla sensazione di secchezza. Ma vanno considerati anche il tipo di lente, il materiale, i tempi di utilizzo e le caratteristiche della superficie oculare.
È uno degli aspetti che considero più importanti nella contattologia: non esiste semplicemente una buona lente a contatto, esiste una lente più o meno adatta a quella persona e al modo in cui vive le proprie giornate.
Quando gli occhi stanchi meritano più attenzione?
Il mio consiglio è di non aspettare necessariamente di “vedere male”.
Se bruciore, affaticamento, visione sfocata, difficoltà di messa a fuoco o mal di testa diventano ricorrenti durante lo studio o il lavoro, vale la pena capire cosa li sta provocando invece di abituarsi al fastidio.
Un controllo optometrico può aiutare a verificare l’efficienza visiva e l’adeguatezza della correzione utilizzata. In presenza di sintomi oculari persistenti o di condizioni che richiedono una valutazione medica, è invece necessario rivolgersi al medico oculista.
Gli schermi fanno parte della nostra quotidianità e difficilmente ne utilizzeremo meno in futuro. Per questo, più che demonizzarli, credo sia importante imparare a riconoscere come i nostri occhi reagiscono al modo in cui li utilizziamo.
Perché prendersi cura della propria visione non significa soltanto chiedersi “quanto vedo?”, ma anche “come vedo dopo ore di studio, lavoro e vita digitale?”.
Dott.ssa Jessica Ramundo – Optometrista e Contattologo – VisionOttica Ramundo Nardò / Galatone – 3468045490