Chi non festeggia non è amico degli opportunisti

Dal Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, ai componenti della giunta di Nardò, alla stampa, al Prefetto, erano presenti proprio tutti il 23 agosto all’inaugurazione del nuovo campo di container per i lavoratori stagionali. Però in realtà qualcuno mancava: i migranti che in quel campo ci vivono. O meglio, quei pochi che sono rimasti nei terreni della masseria Boncuri, perché la stagione di raccolta è ormai più che conclusa, e che sono stati spostati dal campo delle tende a quello dei containers insieme ai sedici che da novembre 2016 vivevano all’interno della masseria. Il nuovo campo arriva, quindi, con estremo ritardo ma più di tutto ci preoccupa l’immediato futuro: dove andranno a finire queste persone quando il 30 settembre il neonato campo sarà chiuso e smontato? Alcuni rimarranno a Nardò, altri addirittura torneranno finito il lavoro nel foggiano. Ci sono dei lavoratori che hanno dei contratti di lavoro fino a dicembre e ci chiediamo se questo sia stato considerato prima di prendere decisioni, in maniera del tutto arbitraria, sulla chiusura del campo alla fine di settembre. E anche la chiusura della masseria Boncuri, dovuta pare a non meglio specificati lavori da effettuare all’interno, arriva come una novità tra le tante storture di una stagione ormai giunta al termine e ancora molto lontana da quella che potrebbe essere definita “degna accoglienza”, che si dovrebbe basare su cambiamenti strutturali e fondamentali, non su proclami e propaganda, inaugurazioni, abbracci e pacche sulle spalle. Durante la stagione estiva l’aria è stata tesa a Boncuri e del resto non sarebbe potuto essere che così visto che tutto è stato lasciato nelle mani di una gestione debole e improvvisata. Ci sono stati miglioramenti? C’è da gioire come chi non conosce minimamente la situazione sta facendo? Secondo noi NO. Dopo che l’orribile ghetto è stato smantellato, il nuovo campo può essere sicuramente una soluzione temporanea, ma non può essere LA soluzione. Noi crediamo che non si possa sgomberare un ghetto clandestino creandone uno istituzionale, chiuso e quasi militarizzato nel quale inizialmente è stato impedito l’accesso anche a noi, che dal 2009 abbiamo un rapporto diretto con quasi ognuno dei ragazzi che ora sono lì dentro e con molti altri che ogni anno vengono a Nardò per poi tornare a migrare nei campi, nei ghetti e nelle tendopoli del Sud Italia. Sappiamo benissimo che sicuramente un container climatizzato è meglio di una tenda, ma non sopportiamo di sentir dire che la soluzione a tutti i problemi sia stata trovata e che, quindi, adesso va tutto bene e la città di Nardò è stata riscattata. Una città che è spesso complice e che giustifica lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, con una classe politica che non ha mai fatto e non fa pressione sui datori di lavoro, che sono i reali responsabili di questa situazione e che per legge dovrebbero garantire un alloggio ai lavoratori, non può riscattarsi così facilmente. Tantissime belle parole sono state dette durante l’inaugurazione, ma noi pensiamo invece che il bene delle persone non sia ancora il fine condiviso e perseguito. “Chi non festeggia è amico degli schiavisti”, ha dichiarato il Sindaco, ma noi non crediamo ci sia molto da festeggiare. La strada da fare è ancora tanta, il lavoro ancora di più e se qualcuno pensa di essere già arrivato a destinazione si sbaglia di grosso. Quegli angusti container chiusi in un recinto, per quanto siano comunque un tetto sulla testa delle persone, non sono contemplati nella nostra idea di accoglienza. In un periodo storico in cui in Italia ai migranti avvengono cose disumane ed in cui nel Mediterraneo si combattono guerre assurde sempre sulla pelle degli ultimi, il problema dell’accoglienza è qualcosa che riguarda tutti e che non possiamo ignorare. L’accoglienza deve essere degna e diffusa, le persone migranti non possono continuare a stare ai margini della società e delle città. La vera emergenza è l’ondata di razzismo folle che dilaga in questa nazione, anche e soprattutto a livello istituzionale, e che tutte e tutti noi abbiamo il dovere di arginare. Questo non si fa con gli idranti, non si fa con i campi recintati e lontani dai centri urbani, non si fa con un approccio tipicamente occidentale che considera la propria cultura superiore alle altre. L’inaugurazione del “villaggio accoglienza”, come è stato definito, è stata sterile e vuota. Solo il ricordo di Stefano Fumarulo l’ha resa meno priva di senso. Stefano ci credeva davvero in un reale cambiamento della società, e ha impegnato tutta la sua vita per questo. Per noi gli esempi rimangono quelli di persone che, come ha fatto Stefano, coerentemente e costantemente lottano tutti i giorni per una società più giusta. E con il suo ricordo stonano sicuramente le parole di un Presidente di Regione che dice: “Gli imprenditori pugliesi non riescono ancora a gestire bene la propria manodopera a causa di motivi culturali, economici ed ideologici”. Crediamo che quest’affermazione sia a dir poco imbarazzante. Concludiamo dicendo che la legalità sul territorio si ripristina mettendo in pratica il giusto modo di fare le cose. Noi, nel nostro piccolo, rispondiamo ad Emiliano dicendo che quest’anno Diritti a Sud, che non è una mega-azienda ma un’associazione culturale composta da venti attivisti, ha fatto ventuno contratti di lavoro agricoli, di cui diciassette a lavoratori stranieri, migranti stagionali che alloggiavano proprio al campo di Boncuri, con busta paga, giusto pagamento orario secondo le indicazioni delle tabelle ministeriali e con versamento dei contributi in base alle giornate svolte. Attraverso Sfruttazero abbiamo assicurato un lavoro in regola e giustamente retribuito. Siamo solo una goccia nell’oceano, lo diciamo sempre, ma questa volta ci sentiamo anche in dovere di dire che l’unico impedimento per gli imprenditori che invece non fanno tutto questo è solo la loro disonestà e la mancanza di etica, che li rendono perfetti ingranaggi di un sistema socio-economico e politico che considera gli esseri umani pedine nella mani di chi come unico obiettivo ha quello di creare profitto per aumentare il proprio benessere, rovinando però l’esistenza di milioni di persone.

Diritti a Sud