Il Covid-19 ha fatto esplodere un problema di non poco conto: la ricerca dell’equilibrio tra sicurezza e possibilità, per i nostri grandi anziani, di avere una vita ricca di stimoli e di relazioni.

Senza dubbio gli anziani impossibilitati improvvisamente a incontrare i loro familiari hanno avvertito la solitudine, le paure, la lontananza, l’angoscia. Si deve anche ricordare che vi sono profonde differenze tra ospiti cognitivamente integri e quelli che sono affetti da demenza. Ai primi si possono spiegare limitazioni e interventi particolari; i secondi invece hanno bisogno di relazioni, vive, carnali e non possono certo comprendere le motivazioni di chiusure, solitudini, abbandoni apparenti.
Non sono di aiuto le affermazioni di principio sulla dignità e libertà della persona anziana; oggi, infatti, vi è un grandissimo, concreto, determinato impegno per rispettare i diritti. Il problema nasce nel momento in cui si tratta di dare corpo nella vita di tutti i giorni a questi princìpi. Poco è stato scritto sull’argomento, ma i primi a soffrire per le limitazioni imposte agli ospiti siamo noi stessi operatori delle Residenze.
Sin dai primi giorni il nostro servizio all’interno della RSA San Giuseppe ha avuto la famiglia come risorsa, la relazione familiare-ospite è stata messa al centro di ogni nostra attività di cura. Il COVID-19 purtroppo ha bloccato tutto questo. Ci ha costretti a reinventare un servizio che andava benissimo e che, unito alla possibilità dei familiari di venire a trovare gli ospiti in qualsiasi ora del giorno e della notte, rendeva la RSA San Giuseppe una grande casa dove figli e nipoti potevano far visita ai loro genitori e nonni in piena libertà e i nonni erano ben contenti di aspettare i loro cari, ansiosi di raccontare quanto avevano realizzato durante i diversi laboratori e attività proposte.
Quando l’emergenza ha seppellito in quattro e quattr’otto la retorica dell’amore per i nonni, abbiamo scoperto che vecchio, in fondo, è ancora un’offesa. Che essere vecchi è una specie di colpa. L’esperienza del Coronavirus ha dimostrato come le persone anziane siano ancora ben lontane dall’ottenere la parità di diritti. L’idea che quanto accaduto in alcune case di cura, a causa del Covid, possa essere colpa di coloro che vi risiedono come ospiti è semplicemente assurda, per non dire indegna.
Marco Trabucchi, presidente dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria, afferma che in verità nel nostro Paese le disfunzioni sono limitate a quei luoghi che in realtà non hanno nessuna capacità di cura, e che non sono mai stati adeguatamente controllati; si tratta di pensionati privi di operatori qualificati e nelle mani di sfruttatori. Ma quanto è difficile convincere la gente che si tratta di luoghi che nulla hanno da condividere con quelli dove invece ci si prende cura degli anziani con preparazione, sensibilità, gentilezza!
Chi ama gli anziani e lavora con loro, fatica a comprendere perché contro le RSA si sia scatenata una campagna mediatica così violenta.
Ma forse nel mirino non ci sono le RSA, bensì i vecchi… Si è dato giustamente risalto ai vari settori della nostra società, a cominciare dagli ospedali, che hanno eroicamente affrontato l’emergenza dell’epidemia, ma sulle RSA non si è scritto un rigo. Le RSA sono comunità, e forse questa è la malattia del nostro tempo: abbiamo perduto il senso della comunità.
Non si dice una parola rispetto a ciò che di bello e di buono si fa per gli anziani, al di là dell’emergenza. Né di come gli anziani stessi vivano oggi nelle RSA che, per la maggior parte, sono centri in cui si eroga un eccellente servizio. Duole dire che quanto riportato da stampa e tv spesso non rispecchia la realtà, ma tende a veicolare messaggi di abbandono e incuria. Chi lavora nelle RSA è consapevole che solo attraverso un’alleanza terapeutica tra l’anziano, la sua famiglia e la struttura può esserci sinergia per il bene dell’anziano stesso: questa alleanza si declina in presa in carico delle persone, sia residenti che familiari, dimostrando nella quotidianità con parole e fatti il valore che si dà alle persone. Soprattutto in questi mesi di lontananza forzata, gli operatori delle RSA hanno dovuto raddoppiare se non triplicare i propri sforzi, perché hanno avuto un ruolo nuovo da ricoprire: quello di essere più vicini all’anziano per supplire alla lontananza dei suoi cari. Ma tutto questo, purtroppo, non fa notizia, eppure si è fatto l’impossibile per mantenere nella struttura un clima di serenità e tutti si sono spesi fino al limite delle forze.
L’assistenza, insomma, non è un mestiere, è una missione: le RSA sono luoghi dove c’è la vita in una delle sue espressioni più fragili e intense. Non sono asettici istituti, ma scrigni pieni di ricordi e di emozioni che traspaiono negli occhi dei nostri anziani, anche e forse soprattutto di quelli colpiti dalla demenza, con la stessa spontaneità con cui traspaiono negli occhi di un bambino. Tanti si impegnano con abnegazione giorno dopo giorno, a tutti i livelli, affinché gli ospiti delle case di riposo vivano in ambienti confortevoli, puliti, rassicuranti, dove l’attenzione alla persona si esprime come un rito quotidiano. Prendersi cura di qualcuno, vuol dire innanzi tutto farlo sempre.
Guai a toccare gli anziani, portatori di cultura, memoria e di verità! Parlare di anziano malato in fondo è un controsenso. La parte finale della vita, come quella iniziale, è una condizione di fragilità in sé. Bambini e vecchi sono l’alfa e l’omega. E noi siamo un po’ gli uni, un po’ gli altri. E anche se non è facile, dobbiamo capire che gli anziani non sono più il passato: sono il futuro. Quel futuro che un giorno sempre più lontano, con un po’ di fortuna, saremo noi.
Ecco allora che questa settimana vogliamo raccontarvi noi qualcosa di bello e buono e vi porteremo per mano all’interno della nostra Residenza, la RSA San Giuseppe di Magliano. Vi parleremo dei nei nostri ospiti narrandovi il servizio prestato loro da tutti i nostri Operatori: medici, infermieri, oss, educatori, assistenti sociali, psicologi, fisioterapisti, amministrativi, ausiliari e coordinatori. Vi portiamo per mano in un luogo sacro perchè qui la vita è più vita… ogni giorno un piccolo racconto in cui vi faremo toccare con mani la bellezza dei nostri grandi anziani, l’importanza del lavoro di squadra, l’imprescindibilità delle competenze, l’essenzialità di mettere la persona prima di ogni cosa, anche prima della sua stessa malattia, fino alla sorpresa finale di domenica 19 luglio 2020… rimanete con noi in questo fantastico espeRimentoSociAle!

dott. GREGORIO Manieri