Home Cronaca LE TRADIZIONI NERETINE DELLA FESTA DELL’IMMACOLATA

LE TRADIZIONI NERETINE DELLA FESTA DELL’IMMACOLATA

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Nardó  è un centro della provincia di Lecce, antico e ricco di cultura e tradizioni che suggellano momenti di fede e convivialità  tuttora rispettati.

L’8 dicembre ricorre la FESTA DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE.La devozione alla Madonna è molto sentita nel Meridione e si tramanda da secoli, in quanto l’Immacolata era la Patrona dell’antico Regno delle due Sicilie ed era oggetto di venerazione da parte dei Cattolici. Le prime testimonianze scritte, legate agli usi e costumi di questa festa, risalgono alla metà del XVII secolo e provengono da Manduria (Ta). Nel 1854 Papa PIO IX, con la bolla “Ineffabilis Deus”, attribuì a Maria il titolo di Immacolata Concezione, cioè concepita senza macchia di peccato originale.Con questa bolla, il Pontefice ufficializzò il digiuno da praticare la mattina della vigilia della festa dell’Immacolata.La solennità dura due giorni: inizia il 7 e termina l’8 Dicembre.

Dal punto di vista religioso  ci sono diversi riti:la novena che inizia il 29 di novembre e termina la vigilia, in  cui i fedeli recitano il Rosario e partecipano alla messa; la preghiera dello Stellario (“lu Stellatu”) che viene recitata in una chiesa neretina dedicata all’Immacolata; la Fiaccolata che si svolge nel giorno della solennità.Quest’ultima,dopo un percorso per le vie principali di Nardó, si conclude con l’Atto di affidamento della Città alla Madonna rivolto dal Sindaco, la Benedizione del Vescovo e la  Deposizione dell’omaggio floreale  dei Vigili del Fuoco ai piedi della statua dell’Immacolata, che troneggia sulla Guglia di piazza Salandra. Anticamente, Il giorno dell’Immacolata, le famiglie preparavano il presepe e allestivano l’albero di Natale.

Dal punto di vista gastronomico, nel giorno  della vigilia si dovrebbe rispettare il digiuno totale fino a mezzogiorno. Nel passato le massaie chiudevano le cucine e spegnevano i fuochi evitando così di fare colazione, mentre adesso si usa fare il cosiddetto digiuno “a pane e acqua”, durante il quale è possibile degustare la “puccia”, un panino semplice, fatto con la farina di grano tenero , con l’interno un po’ spugnoso e con una crosta croccante e con l’aggiunta nell’impasto di olive  nere o mandorle, noci e uva sultanina(“ua passa”). A seconda dei gusti, la puccia, può essere farcita con tonno, formaggio svizzero, capperi e acciughine. Essa, in quanto pane, è simbolo di vita e la farina bianca ,con cui è spolverata, rappresenta la purezza della Madonna. Il legame tra la puccia e le olive ha origini cristiane. Secondo una leggenda salentina si narra che, Giuseppe, fuggendo dalla furia di Erode, invitò un ulivo a nascondere Gesù Bambino e Maria. Proprio per questo motivo la Vergine protesse tutti gli ulivi del Salento durante l’uragano del 1832. In tempi lontani la puccia era donata agli operai dai datori di lavoro e, per indurre i bambini al digiuno, si diceva che la Madonna, a quelli obbedienti, avrebbe regalato un dentino d’oro. Un  proverbio locale recita:”Ti la Mmaculata la cilina è mmaturata”.Il riferimento è all’oliva cellina di Nardò(Le), che per l’Immacolata aveva raggiunto la giusta maturazione ed era pronta per essere raccolta e riposta nei recipienti di terracotta per la concia tradizionale e la preparazione delle “Ciline alla Capasa”. 

Il pranzo della vigilia deve rigorosamente rispettare la tradizione della totale mancanza della carne in qualsiasi tipo di pietanza. Deve essere un pranzo povero e frugale. Sulla tavola dei neretini compaiono “li irmiceddhri cu lu baccalà”(vermicelli con il baccalà). Sono semini di pasta fatta in casa con un impasto di acqua e farina, che viene spezzettato con le mani e ridotto in minuscoli bocconcini ai quali si dà la forma di grani di frumento o di pinoli con le estremità che si allungano fino ad assumere la forma di lombrichi. Dopo l’essicazione, vengono cotti prima in acqua e poi in un sugo contenente il baccalà. I vermicelli possono anche essere cotti nel latte di mandorle(“irmiceddhri cu lu latte”).Altro piatto tipico è “lu granu stumpatu”( il grano pestato) cotto nel sugo, da gustare con una spolverata di formaggio. Per quanto riguarda la cena, invece, è possibile cenare, ma sempre “di magro”, dunque non è permesso nessun tipo di carne. Si gustano i piatti tipici della tradizione contadina, “li pettule”, che sono gustosissime frittelle di pastella lievitata, molto morbida e fritta da pucciare nel vincotto d’uva o nel miele. Possono essere semplici o farcite con baccalà, alici, cavolfiore oppure alla pizzaiola. Nel passato le massaie friggevano “li pettule” sul fuoco del camino, in una “firsora” (padella di rame) con olio bollente.Un’antica leggenda vuole le pettole figlie della sbadataggine di una casalinga, la quale, lasciato distrattamente l’impasto del pane a fermentare più del tempo necessario, ne avrebbe successivamente impiegato diversi pezzi friggendoli, per non sprecare cotanto ben di Dio. Si gustano anche le rape “nfucate”(affogate) che sono le cime di rapa affogate in acqua e olio con aglio e peperoncino. Non può mancare “lu sobbra taula” (sopra la tavola) con verdure crude come cicorie, finocchi e sedani che favoriscono la digestione. Si conclude il pasto con arance e mandarini, che sono gli agrumi del buon augurio. Il pranzo dell’Immacolata Concezione è abbastanza libero e qui la carne torna a fare capolino sulla tavola. Si tratta di un pranzo ricco, il cosiddetto pranzo della festa.

Il tempo scorre ma ricordare chi siamo, conoscere riti e usanze del passato e scoprire le proprie radici è sempre molto importante.  

Mariella Adamo e Lucia Bove.

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