“HO AVUTO IL COVID 19” – UNA TESTIMONIANZA

 “HO AVUTO IL COVID 19” – UNA TESTIMONIANZA
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“Ho avuto il Covid 19”. Abbiamo fatto in modo da eliminare i pochi passaggi che possano identificare luoghi e persone. E’ un po’ lungo ma val la pena leggerlo.
O meglio… la “bestia” ce l’ho ancora addosso ma adesso sembra essersi messo tranquillo.
È cominciato tutto con un po’ di febbre. Passata subito il giorno successivo, il che mi aveva fatto propendere (anche il mio medico) per una banale costipazione. Poi però la febbre è aumentata, solo quella all’inizio, ma a quel punto dovevo fare il tampone. E qui vi dico subito che non bisogna aspettare, ai primi sintomi febbrili va fatto subito il tampone, è fondamentale aggredire il virus immediatamente.
Fallo però il tampone…
Devi collegarti al sito della regione con la richiesta del medico. Ovviamente cercavo dei “Drive in” vicino casa, avendo la febbre a quasi 39. Potevo guidare con la febbre alta fino a là, col rischio di combinare un incidente? Ho provato a chiamare un Istituto privato, mi hanno detto che i tamponi domiciliari sono sospesi e che non posso andare nemmeno nei loro studi perché ho la febbre. Ennesimo episodio che mi conferma che “privato” e “salute” sono due cose poco compatibili, a meno che uno non sia ricco sfondato. Dopo due giorni di tentativi il mio medico riesce a far venire a casa l’USCA. Sono venuti domenica 8. Prima di farmi il tampone misurano la saturazione di ossigeno nel sangue. Ho 97% a riposo, e 97% dopo sforzo. Tutto a posto (per adesso…) Eseguono il tampone.
Il lunedì non riesco ad avere il risultato, la febbre si mantiene alta e intanto il mio medico ha cominciato a farmi fare cortisone, eparina e un antibiotico di copertura… non si sa mai. Il martedì mattina leggo il risultato sul sito della regione: “Covid rilevato”, l’ho beccato. Ma c’è un’altra novità che è comparsa. Ho difficoltà respiratorie… Quando vado in bagno è come se mi mancasse l’aria. Mi faccio comprare lo strumento per misurare la saturazione d’ossigeno. 95% a riposo, 88% sotto sforzo. Il mio medico non ha dubbi: “chiama il 118 e corri in ospedale.”
Telefono al 118 e l’operatrice mi fa un po’ di storie arrivando a dirmi che quegli strumenti comprati in farmacia non sono affidabili. M’incazzo… Ho la febbre da giorni e non respiro… almeno mandami il medico a farmi visitare. Poi dice che uno non deve andare da solo al pronto soccorso.

Arrivano a stretto giro, non c’è bisogno di tanti salamelecchi. Il medico mi vede e mi dice di andare con loro. Mi portano all’ospedale, vicinissimo a casa mia. Entro in pronto soccorso Covid attorno alle 11 di martedì 10. Mi danno subito l’ossigeno, poi in sequenza: prelievo venoso, prelievo arterioso, Ecg, ecografia e radiografia al torace. E trovano pure il tempo di darmi il pranzo. L’abbigliamento di medici e infermieri è identico, distingui i medici solo dal fatto che hanno lo stetoscopio al collo. Sono vestiti così: doppia tuta in tessuto non tessuto chiusa sulla testa, mascherina chirurgica più mascherina Fpp2, casco trasparente. Tripli guanti. È straordinario vedere come riescono a trovarti le vene a caso, un’infermiera mi dice che con tutti quei guanti non riesce a sentire il flusso del sangue e va per esperienza. Non mi hanno mai sbagliato un prelievo, nemmeno quello arterioso che è un po’ più complicato. Non si fermano un secondo. Dietro quegli schermi li vedi che sono sudati e che hanno caldo ma nessuno si ferma, nessuno molla un attimo l’impegno. Mi chiedo se vanno in bagno oppure se si trattengono fino a scoppiare. Solo per spogliarsi e vestirsi credo che gli servano diversi minuti.

Passo un paio d’ore in pronto soccorso e poi mi dicono che mi trattengono perché ho la polmonite. Il tempo di organizzare la degenza e sono già in reparto. Una dottoressa mi fa un’altra ecografia, l’esame è lunghissimo e minuzioso, non solo al torace ma anche alle gambe. Si! Perché sembra che questa “bestia” crei dei trombi.
La diagnosi è quella: Polmonite bilaterale interstiziale da Sars Covid 19. Le gambe sono a posto.
La sera stessa inizio la terapia antivirale. Cortisone, eparina e paracodina completano la terapia. In realtà sospetto che la paracodina serva a poco. La tosse mi si sviluppa quando faccio il minimo sforzo, non è una tosse cronica o patologica.

Sto male, sono attaccato ai tubi dell’ossigeno, per fortuna solo con i tubi nel naso e non con la maschera, ma se mi alzo per urinare (in piedi accanto al letto) ho attacchi di tosse convulsa e devo mettermi a sedere perché mi manca l’aria. E sono quello che sta meglio in reparto.

Vedo attorno a me situazioni drammatiche. Soprattutto di persone anziane. Il reparto è enorme, hanno requisito un intero reparto di chirurgia per curare i malati. La seconda notte arriva un nuovo paziente. Arrivano tre carrelli di macchinari prima di lui, poi arriva lui col casco e una miriade di tubi attaccati. Sembra di essere sul set di “Grey’s Anatomy”, ma questo non è un film, è tutto reale. Il nuovo paziente è giovane, ha più o meno la mia età. È rimasto così per due giorni, alimentato da un sondino inserito dentro al naso e attaccato a questa macchina che faceva un rumore come se fosse una lavatrice e non ci faceva dormire, ma chi ha voglia di dormire in ospedale? Ho pensato che fosse il macchinario che lo aiutava a respirare, ma non so con certezza, perché non c’è comunicazione in un reparto Covid, stai lì, per conto tuo senza dialogare con nessuno. Parlare è faticoso e siamo tutti o con la mascherina o con i tubicini nel naso. Questo è l’altro aspetto che non si sottolinea mai. In ospedale non puoi ricevere visite, sei solo e l’unico contatto col mondo esterno sono le telefonate e i messaggi. Le videochiamate sono la risorsa più importante. Alla sera facevamo una videochiamata a tre con mia moglie e mia figlia. Dio benedica la tecnologia…

Dopo due giorni sono riusciti a togliergli il casco e a metterlo a sedere. Vi lascio la foto che ho scattato col cellulare dal mio letto, ed è l’unica foto che ho scattato in tutti questi giorni. Non mi è mai piaciuto fotografare il dolore e la difficoltà, ma quest’immagine, al di là della sua drammaticità, per me è un segno di rinascita. A un certo punto ha alzato lo sguardo, ci siamo guardati, gli ho detto con lo sguardo: “dai che ce la fai … non mollare, tieni duro e vedrai che ne usciamo…” Lo hanno trasferito il giorno dopo, non so come mai, spero non in terapia intensiva. Io non l’ho mai vista la terapia intensiva, mi è bastato vedere la sub intensiva…

Nel frattempo, mi hanno portato qualche indumento e il rasabarba. Viene lasciato tutto in pronto soccorso, poi ti potano le borse.
In ospedale il tempo è scandito dai pasti. 6.30 colazione, mezzogiorno pranzo, 18.30 cena. Un malato Covid non può assumere cibo solido, respiri male e spesso hai attacchi di tosse, va scongiurato in ogni modo che il cibo prenda la strada delle vie respiratorie. Per cui tutte le pietanze vengono frullate. Una pasta al pomodoro, ad esempio, diventa una salsa rossastra. Una minestra di verdure una salsa verdolina. Stranamente non ho perso gusto e olfatto e mi diverto a cercare di individuare che tipo di pietanza sto mangiando. Ma una volta frullate tutte le pietanze sembrano avere lo stesso sapore. Mi danno le banane, la frutta grattugiata, la colazione coi biscotti al plasmon sciolti nel caffellatte. Il cibo è comunque l’ultimo dei problemi qui dentro e devo anche dire che quando ho ricominciato coi cibi solidi non è nemmeno tanto male.

Giovedì 12. Sono passati due giorni dall’inizio delle terapie, devo andare in bagno, devo lavarmi, cambiarmi la biancheria. Mi attaccano una bombola trasportabile e mi accompagnano in bagno… Sono sconcertato, solo lavarmi i denti è un problema, non riesco a respirare nonostante l’ossigeno, devo sedermi per ogni cosa che faccio. Ci metto un’ora a fare quello che in tempi normali farei in 10 minuti. Ma io sono quello che sta meglio, posso fare da solo. Gli altri devono fare i loro bisogni nel letto, devono essere lavati, cambiati dagli infermieri che sono straordinari nella loro abnegazione. Penso che nonostante tutto io riesco ad essere indipendente. É strano come a volte si prenda la forza da chi sta peggio di noi, eppure è così. Mi dico che se ce la faranno loro che sono così impediti ce la farò anch’io. Ma dentro di me la paura che tutto decada in peggio esiste.

Quando ci telefoniamo con la mia famiglia cerco di rassicurarli, ma lo sentono che faccio fatica a parlare e che ogni tanto ho attacchi di tosse. Mio padre soprattutto mi commuove. Ha 90 anni, le fibrosi polmonari. Lo sento piangere al telefono e devo scuoterlo. Lo tratto male, gli dico che mi fa solo del male se fa così, che pensi a se stesso che io ne uscirò, non so quando ma ne uscirò. Quando lo vedrò, se nel frattempo non se ne sarà già andato gli spiegherò come mai l’ho trattato male.
Gli amici sono stati straordinari, non mi hanno mai fatto sentire solo. Mi chiamavano e mi messaggiavano continuamente. il loro calore è stato importante. Perdonatemi se a volte sono stato spartano nelle risposte. Ma ricevere dai 40 ai 50 messaggi al giorno non è di facile gestione. Vi confesso che spesso usavo il copia e incolla per rispondere. I miei amici più stretti mi hanno chiamato, e anche se facevo fatica a parlare quelle comunicazioni mi hanno dato tantissima forza.
Piano piano miglioro, ho sempre più energie anche se la saturazione non vuol saperne di salire sopra 92 (con l’ossigeno). Sempre con difficoltà vado in bagno tutte le mattine, fatico un pelino meno e questo mi dà una forza incredibile.

Sabato 14. Ho finito le terapie antivirali, proseguo con cortisone ed eparina. La mattina passa il medico, misura la saturazione: 97%. Mi toglie i tubi d’ossigeno, mi dice che devo fare un esercizio per rieducare i polmoni offesi. Si tratta di soffiare dentro un tubo di plastica che va a finire dentro una bottiglietta d’acqua riempita per metà. Insomma, devo fare le bolle come si fa da bambini quando impariamo a usare la cannuccia. Di giorno devo stare seduto e la notte dormire “a cotoletta”, un po’ sul fianco destro, un po’ su quello sinistro, l’importante è lasciare liberi gli alveoli di espandersi. Poco dopo mi annunciano che mi devono trasferire in un ospedale diverso, perché c’è bisogno di letti e io non sono fra i pazienti più gravi. Ma come?
Stamani è il primo giorno che sto meglio e mi trasferite? C’è bisogno di letti, le infezioni si stanno moltiplicando e io non sono così grave da giustificare la degenza in un ospedale di quel tipo.
Non vorrei andare via, lì mi sento tutelato, ho visto la professionalità del personale e la struttura è di livello. E poi c’è la componente emotiva. Dalla finestra della camera vedevo un paesaggio familiare, quello dei posti di casa mia, sapevo di essere vicino casa e anche se non potevo vedere nessuno sentivo di essere a casa con la mia famiglia vicino. E poi in quell’ospedale avevi la sensazione di essere protetto… C’era tutto quello di cui avevi bisogno e la professionalità degli infermieri e dei medici la toccavi con mano. Chissà se sarà così dove andrò.

Alle 16 mi trasferiscono in una casa di cura adibita a Covid… Il trasferimento con l’autoambulanza è stato faticosissimo. Anche se stavo meglio, dover fare tutto il tragitto indossando la mascherina mi toglieva quel poco di aria che riuscivo a inalare da solo. La struttura della mia nuova residenza ospedaliera è quella di una casa di riposo, sono tutte persone anziane, quasi tutte non autosufficienti. Molti di loro hanno contratto il Covid durante un’operazione in ospedale, altri sono là perché non sono autosufficienti e in famiglia non potevano gestirli. C’è chi si è operato alle anche, alle ginocchia, la maggior parte è lì per fare fisioterapia, oltre per il fatto di aver contratto il virus. Ci sono anche diverse persone inabili. Devono essere completamente accudite. Mi viene assegnato un letto, sistemo le mie poche cose ed esausto mi distendo. Dopo poco arriva l’infermiera, che mi dice che hanno sbagliato e che il mio posto è al piano superiore. Mi aiutano a trasferirmi al piano di sopra. La stanza è l’ultima in fondo al corridoio. La struttura è stata da poco ristrutturata per adattarla all’emergenza, il riscaldamento non funziona, è stato installato un sistema ad aria calda ma in quella stanza ci arriva solo per simpatia e fa molto freddo. I miei compagni di stanza sono 4 arzilli vecchietti (il più giovane 82 anni), tutti inabili a muoversi e un altro signore anziano che chiama mamma e babbo in continuazione e che viene sedato la notte per permettere agli altri di dormire.

Passa la dottoressa che mi relaziona sulla mia situazione, mi dice che proseguiremo con la terapia a base di cortisone ed eparina e che valuteremo dopo qualche giorno come procede il decorso, mi chiede se voglio l’ossigeno, le dico che me lo hanno tolto la mattina in ospedale e che ce la faccio a respirare da solo. È vero, ma non avevo considerato la notte. Quando ti stendi, non so per quale meccanismo, ma l’apporto d’aria diminuisce e passo la prima notte a cercare un compromesso con l’inclinazione della spalliera del letto.
Il tempo lì non passa mai, i minuti sembrano passare con una lentezza infinita. Per fortuna ho l’iPad e una bella riserva di giga sul cellulare che uso come modem. Usare il wifi dell’ospedale nemmeno a provarci, ho ancora da capire come mai, nelle strutture pubbliche dicono che c’è il wifi se poi non funziona mai. La mattina giro per i reparti, c’è una grande vetrata che costeggia tutte le stanze e il paesaggio fuori è bellissimo. Passo il tempo e cercare di individuare i luoghi partendo da là. Cerco di capire da che parte rimane casa mia, ho bisogno di sentire che nonostante tutto sono vicino casa. Il personale è straordinario anche qui, ma sono pochi rispetto a quello che devono fare, la maggior parte del tempo lo passano a pulire e sistemare le persone, è tutto un volare di padelle, cateteri e pappagalli. Io sono l’unico completamente autonomo e quasi non mi considerano.

Una sera arriva un nuovo paziente. Un signore anziano che mi sembra un po’ dissociato. A un certo punto dà di matto… Vuole suicidarsi, gettarsi dalla finestra, in quattro cercano di tenerlo fermo. Gli fanno 3 iniezioni di valium più altre 2 di un’altra sostanza calmante che hanno chiesto per telefono a un’altra struttura perché non disponevano di farmaci di quel tipo… Le avessi fatte io tutte quelle iniezioni di calmante avrei dormito per quattro giorni. Lui scalcia, offende, mena pugni. Un infermiere prende un gancio al mento che mi spaventa solo per il rumore che fa quel cazzotto. E li ho capito anche che il personale sanitario ha anche un autocontrollo eccezionale perché l’avessi presa io quella botta l’avrei buttato davvero fuori dalla finestra. Si calma verso le 3 di notte, quando lo portano via. Torna il giorno dopo e dorme tutto il giorno. Ma appena passato l’effetto dei tranquillanti ricomincia a creare problemi. Mi sono chiesto chi è stato a mandare in una struttura già precaria e non attrezzata un paziente di quel tipo. A volte si ha davvero l’impressione che ci sia la tendenza a scaricare su altri i problemi di gestione.
Nei giorni successivi mi portano le terapie (sempre cortisone ed eparina più paracodina), passano a misurarmi febbre pressione e saturazione. Faccio delle lunghe camminate per il corridoio. É lungo una cinquantina di metri e lo percorro in su e in giù ripetutamente. Sento che l’energia sta tornando, che la sensazione di mancanza d’aria sta scomparendo. E per la prima volta penso che forse la “bestia” me la sono lasciata alle spalle, ma lo sento che è ancora dentro di me e questo mi mette un po’ in ansia. Diciamo che forse il mio sistema immunitario ha alzato un po’ di barriere.
Nei giorni successivi miglioro sempre di più, la saturazione non vuol saperne di salire a livelli normali, i medici mi dicono che dovrò avere pazienza, servirà più o meno un mese per guarire completamente. Al mattino la saturazione è più bassa, il pomeriggio sale un po’. Ho con me il mio saturimetro, ogni tanto misuro il livello di ossigeno. Un giorno ho letto 97%, e anche se subito dopo il valore è sceso a 94% è stata un’iniezione di fiducia.
Giovedì 19. La mattina eseguo il tampone di controllo. A due giorni di distanza ancora non so il risultato. Spero tanto, ma onestamente dubito che sia già negativo. Il pomeriggio eseguo il walking test. Si tratta di camminare per sei minuti a ritmo sostenuto e misurare la saturazione dell’ossigeno ogni minuto. Una sorta di test sotto sforzo. Il valore si attesta fra 91% e 92%, l’ultimo minuto il fisioterapista misura 93% e una volta seduto sale a 95% non male, il decorso sta andando bene. Anche la pressione rimane bassa sotto sforzo, ma quella l’ho sempre avuta tendenzialmente bassa. Mi dicono che all’indomani mi dimetteranno, posso tornare a casa. Devo continuare gli esercizi con la bottiglia e l’acqua e quando tornerò negativo devo camminare tutti i giorni a intensità crescente. Sempre quando sarò negativo dovrò eseguire un percorso di controllo per valutare se ci sono stati danni permanenti. Mi dicono i medici che comunque non ho mai avuto i polmoni collassati e che dovrei recuperare tutta la funzionalità. Ma si sa davvero, alla lunga, cosa comporta avere avuto la polmonite da Covid 19?
Venerdì 20. Vengo dimesso, dovrò comunque rimanere isolato in una stanza ma sarò a casa, fra le mie cose, fra i rumori e i profumi di casa mia. Purtroppo, mia figlia dovrà trasferirsi da sua zia e dai suoi cugini, visto che è negativa mentre mia moglie è positiva asintomatica. Loro hanno la possibilità di darle una stanza con bagno personale, Nonostante tutto, mi sento come se l’avessi mandata via da casa e non è una bella sensazione. Ma so anche che ho una bella famiglia che si sta facendo in quattro per garantirmi il miglior decorso.

Che dire alla fine? È una brutta esperienza ma anche molto istruttiva.
Ho capito che la sanità pubblica è un valore irrinunciabile in un paese civile, che andrebbe potenziata ancora di più creando delle strutture d’emergenza da usare al bisogno.
Ho capito che abbiamo medici e infermieri straordinari che stanno facendo degli sforzi enormi, fra l’altro molti di loro hanno già contratto il Covid e appena negativi sono subito tornati nella mischia. Persone carine, disponibili, sempre sorridenti e disposte a darti una mano. Persone che sopportano i tuoi nervosismi, che si scusano se non ti hanno portato il pane per la cena. Persone che puliscono il culo merdoso agli anziani bisognosi con una carezza e un sorriso.
Ho capito che non esiste nulla di importante come la salute e la vita umana che va salvaguardata per ogni singolo individuo al di là di tutto.
Ho capito che abbiamo un livello politico degradato come pochi (ma questo lo sapevo già). Abbiamo avuto governi di mafiosi, di corrotti, formati da persone che hanno devastato lo stato sociale, tolto i diritti, promulgato leggi personali e le peggiori sconcezze possibili. E per una volta che abbiamo un governo di incensurati, di persone che non hanno condanne e scheletri nell’armadio, che si sono trovati ad affrontare la peggiore crisi dal dopoguerra ad oggi invece di sostenerli gli remiamo contro. Soprattutto il livello dei media è osceno. Fatto salvo per pochi giornalisti, l’interesse di bottega prevale sul bene comune e da parte di un giornalista che dovrebbe essere libero è veramente schifoso. Ma l’italiano preferisce essere governato da qualche delinquente farabutto perché in cuor suo spera che continui a garantirgli di poter vivere fuori dalle regole.
Ho capito anche, perché il tempo per leggere i post sui social non mi è mancato, che ci sono un sacco di persone stolte e cretine che, forse per paura e codardia, preferiscono far finta che la pandemia non esista o che sia poco più di un’influenza. Che preferiscono credere ai millantatori negazionisti piuttosto a chi come medico dice le cose come stanno. Il tiro al bersaglio su Massimo Galli (che ha azzeccato tutte le previsioni fin dall’inizio) è vergognoso e indegno di un paese normale.

Sono diventato ancora più intollerante, non sopporto chi si lamenta di tutto, se vi chiudono le palestre per due mesi non morite, se vi tolgono la passeggiata, il sabato sera in pizzeria non crolla il mondo. Se vi chiedono di usare la mascherina e il distanziamento non vi stanno chiedendo di rinunciare alla vostra libertà ma semplicemente di usare il buon senso e uno spirito collaborativo. Per una volta rinunciate al vostro egoismo, ai vostri interessi personali e fate la vostra parte senza se e senza ma.
Basta con la scusa dell’economia. L’economia è l’unica cosa che non morirà mai. Le persone invece si. L’economia riprenderà com’è successo dopo le due guerre, dopo la crisi del ’29, dopo la spagnola e dopo tutte le catastrofi e le crisi mondiali. Dovremo forse abituarci a un tipo nuovo di economia e in fondo non sarebbe male un modello di sviluppo più equo e sostenibile, un modello che non scavi un solco profondissimo fra poveri e ricchi. Un modello che metta al centro il bene comune e non gli egoismi personali. Ma forse questo è davvero un sogno utopistico, perché non sperarci però.
Vi abbraccio tutti, soprattutto i miei amici più stretti, che sono stati gli unici che ho informato e che non mi hanno mai fatto sentire solo chiamandomi e mandandomi messaggi di sostegno (e anche molte cazzate su whatsup che mi hanno strappato diversi sorrisi).
Perdonatemi se lo scrivo solo adesso, non amo parlare della mia vita privata e ho preferito mantenere questo profilo.
Un caro saluto a tutti voi…

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